Burano
 
Come per quasi tutte le isole della laguna veneta, la nascita di Burano è legata alle invasioni barbariche che interessarono il nord Italia nel VI secolo dopo Cristo. Gli abitanti della prospera Altino furono costretti ad abbandonare la propria città per sfuggire ai saccheggi ed alle devastazioni portati dai popoli provenienti dall'est europeo e trovarono un rifugio sicuro tra le isole ed i bassi fondali della laguna.
 
Sei furono le isole dove si stabilì la popolazione altinate, alle quali vennero dati nomi che ricordavano la città madre. Queste isole presero il nome quindi di Murano, Mazzorbo, Burano, dalla "Porta Boreana", la porta a nord della città; Torcello, da Torricellum, la principale torre di guardia della città che dava il nome anche al quartiere che la circondava, Ammiana e Costanziaco.
 
Inizialmente le abitazioni di questa isola, come del resto quelle di tutti gli insediamenti lagunari, erano fatte di canne intrecciate e ricoperte di fango costruite su palafitte, il pavimento era di terra battuta ed i giacigli fatti con foglie secche. Successivamente la tecnica costruttiva migliorò e poco a poco cominciarono a comparire case in mattoni.
 
Fin dalle origini comunque Burano era una modesta comunità di pescatori, nulla a che vedere con le ricchezze della leggendaria Costanziaca e della vicina Torcello. L'economia locale ebbe una certa impennata con lo sviluppo dell'arte del merletto, portata avanti dalle donne del paese che tradizionalmente svolgevano la loro attività sulla porta di casa.
 
Determinante per il futuro della comunità fu la sua posizione, esposta ai venti e alle maree, la quale la preservò dalla malaria, piaga che determinò la fine dei centri vicini quali Mazzorbo e Torcello.
 
All'attività della pesca è legata la caratteristica colorazione delle case. La tradizione vuole che in principio le case siano state colorate dai pescatori affinchè le potessero riconoscere da lontano anche nei frequenti giorni di nebbia della stagione invernale. Successivamente questa usanza è stata adottata da tutti gli abitanti dell'isola e oggi il colori vengono utilizzati per delimitare la proprietà degli immobili.
 
L'isola oggi conta 7000 abitanti e la sua economia, oltre che alla pesca, è legata al turismo, in particolare grazie alla produzione del merletto.
 
Il centro abitato di Burano si divide tutt'oggi in cinque frazioni collegate da ponti: San Martino Destro, San Martino Sinistro, San Mauro, Giucecca e Terranova che sono separate tra loro dai rispettivi canali: Rio Ponticello, Rio Zuecca e Rio Terranova.
 
 
 
 
 
 
 
Leggende su Burano
 
I Santi Patroni di Burano.*
Opera raffigurante la leggenda dei tre santi di Burano. Nell'anno mille alcuni uomini dell'isola trovarono una grande cassa di pietra galleggiante. Si dice arrivasse da Magonza passando attraverso le acque del porto di Sant'Erasmo.
Neppure gli uomini più forti dell'isola riuscirono a tirare il miracoloso oggetto sopra la riva: ci riuscirono però quattro bambini grazie alla loro purezza ed innocenza.
La cassa conteneva al suo interno i corpi di S. Albano, S. Domenico e S. Orso e un barilotto di vino detto anche il “Bottazzo di S. Albano”.
Da quel momento le tre reliquie, assieme a Santa Barbara, diventarono i protettori dell'isola.
Il ritrovamento della cassa suscitò invidia da parte dei Muranesi (abitanti di Murano) perchè pensavano che essa avesse dei “poteri miracolosi”. Rubarono dunque il barilotto, ma una volta portato nella loro isola non ebbe alcun effetto straordinario; oggi il “bottazzo” si trova nella Chiesa di San Donato a Murano ed è impresso nella pietra.
 
Il Braccio di Sant'Albano.*
La reliquia di San Albano inizialmente era d'oro, ma per l'emergenza peste e quindi per far fronte ai costi del flagello, venne fusa e sostituita con un braccio di rame che ossidandosi divenne bruno così da essere chiamato “il braccio di pegola”, nome con cui muranesi e veneziani si prendevano beffa degli abitanti di Burano.
Ascoltando le storie degli anziani abitanti dell'isola c'è un 'altra versione di tale leggenda. Sembra infatti che un giorno sbarcò nell'isola un gioielliere, il quale propose ai buranelli, devoti ai loro Santi protettori, di portare a lui tutto l'oro che avevano a casa e di farlo fondere per dar vita ad un braccio d'oro in onore di S. Albano. Gli abitanti dell'isola accettarono di buon proposito la proposta e fecero fare il lavoro. Arrivò l'estate e con il primo caldo torrido dalla scultura d'oro cominciò a fuoriuscire una sostanza nera; fu così che i buranelli scoprirono di essere stati beffati, poichè il braccio, che doveva essere d'oro massiccio era invece ripieno di pece.
Nel frattempo il gioielliere era scapato e i buranelli diventarono lo zimbello dei vicini isolani.
 
Leggenda del Merletto.*
Merletto buranello a tema sacro. Una delle più famose leggende di Burano narra che un antico pescatore promesso sposo, durante un'uscita in mare verso l'oriente, venne tentato dal canto delle sirene. L'uomo resistendo ai loro incanti, ricevette un dono dalla regina, rimasta affascinata dalla fedeltà di costui.
La sirena colpì con la coda il fianco della nave e dalla schiuma, creatasi dal movimento dell'acqua, formò il velo nuziale per la giovane sposa.
Arrivato il giorno delle nozze, la ragazza fu ammirata ed invidiata da tutte le giovani dell'isola e costoro cominciarono ad imitare il merletto del suo velo utilizzando ago e filo sempre più sottile, sperando così di creare un ricamo ancora più bello per il loro abito da sposa.
 
 
Il dono delle Sirene**
 
            Marco Querini, 29 giugno 1793
Mia adorata Corinna,
vedendovi qualche giorno fa nel giardino di messer Antonio Foscarini, riccamente adorna di trine, sentii un tuffo al cuore. Tanta era la vostra grazia che perfino Venere, incontrandovi, avrebbe dovuto inchinarsi alla vostra bellezza e l'abito che aveva il privilegio di avvolgere la vostra splendida figura mi ricordò una garbata leggenda. La raccontava mia nonna quasi a voler aggiungere una sfumatura romantica allo straordinario potere di seduzione che in realtà le trine posseggono. In un tempo molto lontano, viveva a Burano una fanciulla di nome Dolfina. Era bionda di capelli e bianca di pelle. Aveva uno sguardo dolce e un sorriso gentile, mani sottili e laboriose. Di lei si innamorò, subito riamato, un giovane pescatore, Polo. I due giovani cominciarono presto a far progetti di matrimonio.
Purtroppo a quei tempi fare il pescatore era mestiere da poveri: si guadagnava appena per mettere in tavola una fetta di polenta magari accompagnata da una sardina 'in saor', troppo poco per mantenere una famiglia. Polo, però, era deciso a sposare Dolfina e, da uomo onesto qual era, voleva offrirle un pegno delle sue intenzioni, un dono di fidanzamento. Ma non aveva denaro, e si angustiava.
Un giorno, mentre pescava, si accorse che tra le maglie della rete si era impigliato qualcosa di strano. Era un'alga sfrangiata e traforata, incrostata di sali marini che la rendevano solida e consistente. Era veramente stupenda. Sembrava lavorata dalle sirene. Polo la prese delicatamente e subito pensò che quello poteva essere il dono per la sua amata. Quando Dolfina la vide ne rimase incantata ma si preoccupò: quell'alga meravigliosa era fragile e sarebbe bastato un nonnulla per distruggerla. Pensò come poterne mantenere la bellezza e le venne un'idea: prese ago e filo e riprodusse, copiandolo, il disegno dell'alga. Intrecciando il filo ricostruì i pieni e i vuoti in una rete aerea e resistente. Ottenne un capolavoro di incredibile perfezione: era nato il merletto.
Questa la leggenda. Ora vengo alla storia. Importata da Bisanzio ma affermatasi a Venezia con valori propri e originali, l'industria dei merletti si era diffusa in città nel secolo XV e dal 1414 era stata protetta e incoraggiata da Giovanna Dandolo, moglie del doge Pasquale Malipiero. La moda si impadronì dei nuovi manufatti e ne impose l'uso. Ben presto i merletti vennero applicati dappertutto: sui paramenti sacri, sugli arredi per altare, su coperte, lenzuola, tende e cuscini. Passarono quindi a guarnire baveri, collari, polsini e il loro prezzo era così elevato che il governo si vide costretto a proibire l'uso di questo ornamento. La fama dei merletti prodotti dalle donne veneziane si diffuse in tutta Europa: Riccardo III, in occasione della sua incoronazione a re d'Inghilterra nel 1483, indossò un abito sfarzosamente adorno di pizzi e Caterina de' Medici, regina di Francia, li acquistava per tutte le sue esigenze. Verso la fine del XVI secolo un'altra dogaressa, Morosina Morosini, moglie di Marino Grimani, istituì in contrada Santa Fosca un laboratorio di merletti per riprodurre le meravigliose trine che i baili della Serenissima le portavano in dono al ritorno dall'Oriente. Sotto la guida della “mistra” Catina Gardin un centinaio di ricamatrici impreziosivano a 'punto Venezia' indumenti, lenzuola e tovaglie.
Da quel primo laboratorio, tramandata da madre a figlia, si sarebbe sviluppata una forma di artigianato artistico che diventò un'industria fiorente e remunerativa. Monarchi, prelati e nobili spendevano somme favolose per ornare di merletti abiti femminili e maschili, ventagli e persino scarpe. La Serenissima tutelò la nuova industria emanando leggi severissime: colui che portava l'arte fuori del paese sarebbe stato considerato in conto di traditore, ne sarebbero stati imprigionati i familiari e sarebbe stato fatto segretamente uccidere se non fosse tornato.
Ecco mia amata dove siamo arrivati partendo dai vostri pizzi. Anche voi mi state uccidendo segretamente perché il vostro disinteresse nei miei confronti è mortale. Aspetto un cenno e se non sarà per amore che sia per pietà.
 
 
 
** di Daniela Zamburlin da www.turismovenezia.it