Lazzaretto Nuovo
 
Anche quest’isola vede le sue origini in epoca romana, durante la quale era conosciuta, per le vigne che ospitava, con il nome di Vigna Murata; l'isola inoltre era sfruttata per la produzione del sale. A partire dal 1015 venne affidata ai monaci di San Giorgio i quali tra il quattordicesimo e il quindicesimo secolo eressero un piccolo ospizio e una chiesetta dedicata a S. Bartolomeo.
 
L’isola verrà conosciuta con il nome attuale solo a partire dal 1468, quando per l'emergenza della peste la repubblica di Venezia espropriò i frati dell'isola per adibirla a sede del Lazzaretto, poiché quello già esistente, situato sull’isola di S. Maria di Nazareth, oggi conosciuta come Isola del Lazzaretto Vecchio, si era rivelato troppo piccolo per svolgere le sue funzioni. Il Senato affidò ai Provveditori al Sal il compito di costruire il nuovo ospedale e di versare ogni anno ai monaci di san Giorgio Maggiore un affitto di 50 ducati, cifra regolarmente corrisposta sino alla caduta della Repubblica, nel 1797.
 
Mentre al Lazzaretto vecchio erano destinate le persone già contagiate dalla peste, in quello nuovo vi restavano in contumacia sia le persone che erano state esposte al rischio di contagio sia le merci e gli equipaggi delle navi mercantili in arrivo in laguna, sospettate di recare il terribile morbo. Una volta finita l'emergenza della peste invece le strutture dell'isola serviranno ad ospitare tutti gli equipaggi e le merci provenienti da zone soggette a rischio di contagio perchè lì trascorressero il periodo di quarantena.
 
Il Lazzaretto viene descritto dai documenti dell’epoca come “opera nuova et apparecchiata magnificamente per tal effetto. La quale a chi la vede da lontano ha forma di castello ben guarnito”; la struttura, di forma quadrangolare era dotata di oltre cento camere dove si ospitavano le persone sospette di essere malate: i ricoverati, se colpiti dalla malattia, venivano trasferiti al lazzaretto vecchio, altrimenti, dopo ventidue giorni venivano dimessi.
 
La strutture dell’isola svolsero destinazione d’uso dell’isola rimase tale sino alla fine del diciottesimo secolo. Successivamente, con la caduta della Repubblica e l’avvento dei francesi l’isola venne destinata all’utilizzo militare come polveriera e il Tezon Grando subì delle sostanziali modifiche tra cui la chiusura degli archi. L’isola quindi continuò a svolgere la sua funzione di caserma fino al 1975 quando passò a far parte del demanio civile.
 
Attualmente sull’isola sono rimaste le mura fortificate, i due “torresin della polvere” del XVI secolo, piccoli edifici dalle poderose mura in pietra destinate alla custodia delle polveri da sparo; all’interno delle mura inoltre si trova il Tezon Grande, recentemente restaurato in cui si possono ammirare le scritte e l’originale pavimentazione di cotto. L’area all’interno delle mura vi è un grande prato molto curato dove si possono vedere le antiche strutture recentemente scavate, l’antica chiesetta di S. Bartolomeo e la casa del priore del lazzaretto.
 
L’isola del Lazzaretto nuovo è attualmente gestita dall’Ekos club che ne cura gli scavi archeologici, le esposizioni temporanee ed organizza le visite guidate.
 
 
 
 
Interessante è la testimonianza lasciataci da Francesco Sansovino nel suo volume “Venetia città nobilissima et singolar” nella quale leggiamo della vita e del funzionamento del Lazzaretto durante la terribile epidemia di peste del 1576:
 
“Dall’altra parte della terra all’opposito del Vecchio fu fatto l’anno 1468 un altro Lazaretto chiamato Nuovo per essere posteriore in fabrica al Vecchio, con cento camere et con una vigna serrata, il quale dalla lontana ha sembianza di castello, come amplo circuito. Vi habita un priore con gli ordini medesimi del Vecchio, ma vi vanno solamente i sani, che essendosi mescolati con gli infermi, dubitando di qualche contagio, si ritirano a questo luogo et fanno la contumacia di 22 giorni. (...)
Erano adunque da 8 in 10 mila persone in 3 mila o più barche. A tutti questi per la maggior parte poveri (percioché vi erano alcuni arsili, che son corpi di galee disforniti) posti intorno a Lazareto haveva sembianza d’armata che assediasse una città di mare. Si vedeva in alto una bandiera, oltre alla quale non era lecito di passare et poco presso era la forca per castigo di coloro che non havessero obedito a comandamenti de superiori.
La mattina a hora competente comparivano i visitatori, i quali andando a barca per barca, intendevano se vi era alcuno ammalato et trovandone gli mandavano a Lazaretto Vecchio. Non molto dopo sopravenivano altre barche cariche di pane, di carne cotta, di pesce et di vino et dispensavano ad ogn’uno la detta roba a ragione di 14 soldi il giorno per bocca, con tant’ordine et con tanto silentio che nulla più.
Sul fare della sera si sentiva una harmonia mirabile di diverse voci di coloro che al suono dell’Ave Maria lodavano Dio, cantando chi letanie et chi salmi. In tempo di notte non si sentiva pure una parola, pur un zitto, di modo che hareste detto che non vi fosse huomo vivo non che otto o dieci mila persone. Ma non era però giorno che non fossero rimorchiate 50 barche almeno piene di gente che venivano a far la contumacia, le quali tutte erano accettate et salutate con lieto applauso et con allegrezza di ogn’uno protestando a vegnenti che stessero di buon animo perchè non vi si lavorava et erano nel paese di Cucagna.”
 
 
 
Un’altra testimonianza interessante è quella di Rocco Benedetti in “Successo della peste l’anno 1576”:
 
“Ma lasciando la città e volgendosi ai lazaretti, dico in verità che dall’una parte il Lazaretto vecchio rassembrava l’inferno, ove da ogni lato veniva puzzore et insopportabil fettore, udivasi del continuo gemere et sospirare et si vedevano da tutte le hore nuvoli di fumo stendersi in aere largamente per l’abrusciar de corpi. (...) Dall’altra parte il Lazaretto novo rassomigliava il purgatorio ove la gente sfortunata mal in arnese stava pennando e deplorando la morte de suoi, il suo misero stato e la desolatione delle sue case; (...) Al Lazaretto novo poi tra dentro e fuori nelle barche che parevano un’armata si trovava alcune volte ben dieci mille persone il numero delle quali era oltre questo detto così cresciuto che non potendo capirlo i lazaretti furono fatti per gli ammalati due hospedali, l’uno a s. Lazaro e l’altro a s. Chimento e per i sani da cinquecento case di legno alle Vignole e altre all’incontro nelle lagune; alcune particolari per cavarne uttile, s’ingegnarono di fabricar sopra pali che parevano capanne di uccellatori.”